a proposito di pic-nic e ponti...
ho ripescato per voi questo raccontino scritto da me qualche anno fa....
buona lettura!

A SCAMPAGNATA
1 Maggio. Festa dei lavoratori. Quindi niente partite. Niente notiziari. Eppure qui è un trionfo di radioline e stereo portatili.
E palloni da calcio. E da pallavolo. E da rugby.
E cofane di pasta al forno e tielle di pizza, bottiglie di coca e di aranciata e birre tiepide.
E siede pieghevoli a strisce arancione e tavolini con sopra la dama e sdraio blu e sgabellini sgangherati.
E ancora: plaid stinti, stuoie e teli batik.
E magliette taroccate di squadre di calcio e tatuaggi sulle braccia e lungo le schiene slavate.
E centimetri di ciccia impietosamente offerti allo sguardo da magliette cortissime e striminzite, e piercing all’ombelico sui nasi, alle orecchie, sul sopracciglio.
E mamme “se te pjo te gonfio, viè qquà!”, fidanzate “amò, annamo a casa che ciò sonno…” e parenti per forza “Ma vvedi d’annà a morì ammazzato!”.
E’ un’allegria pittoresca, ma non proprio divertente. Un po’ forzata, sudaticcia e a tratti sgradevole.
Mi sento quasi in imbarazzo con il mio libro quindi mi condanno ad un esilio volontario in una zona non dico appartata, solo un po’ meno conquistata.
Scelgo un alberello sparuto e mi ci appoggio con attenzione e riguardo. Cerco di ricordarmi a che pagina potessi essere arrivata mentre le grida dei bambini si assottigliano e ondeggiano fino a trasformarsi in una sorda eco tollerabile.
Ogni tanto sul sentiero sfreccia una bicicletta producendo un ronzio di zanzara. Più raramente arranca una coppia di podisti della domenica, uomini in calzoncini e canotta consumati dal caldo fastidioso delle due e un quarto.
Per un momento i suoni si stemperano, un soffio di vento che arriva da nord rinfresca l’aria portandosi dietro uno spiraglio di silenzio. Solo per un momento…
“Tipitipitippì…”
Un cellulare squilla sulle note di “Dammi tre parole, sole cuore amore…” e una voce femminile ruvida risale la collina “’Ndo state? Qui ce stanno solo quattro alberelli sfigati! Che stai a dì? Un laghetto? Na fattoria? Ma che ne so come ce s’arriva! Ma nun fate prima a venì voi? Vabbè mo ve trovamo noi! ”
Sono due ragazzine magrissime con i capelli color amaranto tenuti dritti in testa da una dose generosa di gel.
Mi sento, malgrado tutto, buona e voglio compiere un atto di generosità. Richiamo la loro attenzione sbracciandomi da sotto la chioma spennacchiata del mio alberello.
“Ehi, il laghetto, lo trovate andando sempre dritto per quel sentiero, quello di destra”
“Grazie signò, grazie tante” dice l’altra mentre tira fuori il suo Nokia in tinta con la chioma e chiama gli amici “Tra dieci minuti arrivamo!”
Sto tornando al mio libro che parla di alberi e di un parco di Roma, guarda il caso, quando un ricordo polveroso mi piomba addosso sparato qui dalla notte dei tempi.
E vedo me, quindici e passa anni fa, a casa davanti a un film in bianco e nero in un giorno caldo come questo. Eccomi lì sedicenne, una linea di kajal sotto gli occhi e un paio di Superga giallo canarino.
Che orrore!
Me ne sto sul divano in rigorosa finta pelle, i piedi su una sedia ed inganno il tempo aspettando che arrivi l’ora di uscire per uno dei primi appuntamenti con il mio “fidanzatino”.
Che tenerezza…
Ricordo come fosse ieri che, fiaccata dall’afa e dalla digestione, dissi a me stessa “chiudo gli occhi cinque minuti, dieci al massimo…”
E invece mi svegliai un’ora dopo, con più di mezz’ora di ritardo sull’appuntamento. Feci le scale come un fulmine, con il cuore in gola e la prima tachicardia della mia vita in petto. Mi lanciai a piedi su per la salita di S.Giovanni, un chilometro e mezzo sotto un cielo crudelmente sgombro di nuvole. E poi ancora tutta l’immensa piazza fino all’orologio dell’ospedale vecchio. Niente, lui non c’era più, aveva di certo aspettato a lungo ma poi si doveva essere stufato e se n’era andato, forse per sempre…
Vidi la mia esistenza di adolescente spensierata tramutarsi in un orrendo destino di solitudine e isolamento. Immaginai un futuro di zitella inacidita profilarsi irreversibile.
Ripartii alla volta di Villa Celimontana, al muretto dagli amici dello “Stradone”. Altre centinaia di metri in salita, inevitabile sorte per chi vive in una città ricordata, tra l’altro, per i suoi sette colli!
Entrai dalla parte della Navicella, trovai gli altri che mi risposero che lui era “andato via da pochi minuti, ma che gli hai combinato, era arrabbiato come una bestia, non lo vedevamo così dalla finale di Roma - Liverpool… si è uscito dalla parte del Celio…”
E via di nuovo di corsa, ormai stremata, sudata e affranta fino all’altra uscita. E appena misi il piede oltre la porticina di ferro arrugginito vidi Stefano sul motorino che se ne andava sgasando infuriato. Lungo la discesa naturalmente. Gridai piangendo, ma la marmitta modificata coprì la mia voce.
Ecco, ora la mia vita era proprio finita, andata, kaput!
Chiaramente si aggiustò tutto. Non prima però di un altro paio di chilometri a ritmo sostenuto fino a casa sua, sei piani a piedi e un corridoio intero fatto in ginocchio…
Che peccato…
...dico per quelle due ragazzine e il milione di adolescenti che non proveranno mai quell’emozione dirompente di sentirsi perdute. Che non verranno mai assalite da quell’adrenalina che ti spinge a compiere azioni eroiche da romanzo rosa.
Soffriranno per amore lo stesso. E per amore andranno incontro a delusioni cocenti.
Ma saranno sempre rintracciabili.
Si sbracceranno da una parte all’altra di uno stadio stracolmo gridando, telefonino all’orecchio “Mi vedi, sto qua, accanto al cartellone della Buitoni… Ecco, mi vedi?”
O sbatteranno con i loro zainetti uno nella schiena dell’altro, proprio mentre sono alacremente impegnati a cercarsi in una mattina senza scuola a Piazza del Popolo.
Si consumeranno le orecchie e il cervello nel letto prima di andare a dormire e faranno sogni disturbati dalle onde elettromagnetiche dell’apparecchio lasciato acceso sul comodino “che non si sa mai abbia voglia di dirmi qualcosa in piena notte o appena si sveglia domani mattina…”
Saranno sempre spietatamente controllate e controllabili. Da altri ragazzi con lo stesso “potere”. E gli stessi limiti.
Senza scampo.
E in ogni momento.
Per essere magari mollate per telefono.
Oppure via SMS.
Due ore dopo, una cinquantina di pagine dopo, un miliardo di pensieri dopo sto tornando alla macchina. Il mio cervello si impegna in rassicuranti e banali pensieri mentre il traffico è tornato ad essere caotico e disordinato:
“Adesso me ne vado a casa… Appena arrivo accendo il portatile e scarico la posta… Magari navigo per una mezz’oretta in internet: cos’è che volevo cercare su Google? E dopo mi guardo un vecchio film sul canale Classic di Sky…”
“Biip – biip – tac “ con il telecomando apro la chiusura centralizzata della macchina ed entro in una Twingo rovente come un barbecue da scampagnata fuori porta.
Per fortuna che c’è l’aria condizionata…
Mentre metto in moto mi dico che non farò niente di quello che ho pensato fino a pochi passi fa.
Mi è venuta un’idea per un racconto.
Vado a casa e lo butto giù.
Stasera, però, solo carta e penna.